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Mi sto accorgendo che qualcosa non va nell’uomo, forse è tardi, le nuove ragazze hanno sempre meno anni, posso credere in quasi tutto ma non in dio, lui non potrebbe capirmi, nell’uomo non va quasi tutto, tantomeno quello che va, avete notato anche voi, che anche voi siete come loro ? si, è l’ultima delusione a cui state assistendo, voi siete la parte che non vi piace che non vedete davanti a voi quando qualcosa non vi piace, e spesso molto spesso non vi piace qualcosa. Scrivo al computer, evito di guardare il monitor, troppa luce, mi libero nel buio mezzo colorato di questa stanza, la luce mi annoia, troppa presenza. L’uomo ..ma naturalmente mi riferisco all’umanità in genere… non ha la personalità per fare quel famoso passo indietro che potrebbe salvarlo, vede nel futuro l’unico punto di riferimento per il presente, ma non si accorge che il futuro non gli appartiene, posso stare scomodo e scrivere cose bellissime, posso stare comodo e scrivere cose orrende, posso ripetere che se sapessimo dire a noi stessi quello che non diciamo ad altri avremmo fatto la rivoluzione in un’ora, ..naturalmente in un’ora in cui non abbiamo niente da fare e nella quale non pensare. Lo ripeto. ..Mah! .. a voi, .. non capita di dover aspettare sempre qualcuno che arrivi in ritardo agli appuntamenti ? sono 25 anni circa che organizzo partite, incontri, gite, viaggi, appuntamenti e puntualmente da 26 anni, c’è sempre qualcuno che arriva in ritardo, le motivazioni sono sempre le stesse, diverse, si, ma le stesse comunque, .. le persone ( i miei amici ..ma anche i vostri ) fanno cose che non desiderano fare abbastanza da ritenerle importanti da non ritardare e vi fanno ..e si fanno credere che invece fanno quello che fanno perchè gli piace .. siamo scomodi, siamo spenti. Le poche cose che facciamo che ci piacciono le facciamo con forza, ..allora in quelle, non ritardiamo e anzi, siamo i primi ad arrivare, possibile che a me piaccia tutto quello che faccio, e che ai miei amici ..alternativamente, piaccia così poco ? ? alt ! spesso agli appuntamenti non arrivano proprio, ..usano la scusa più normalmente usabile ..e non si presentano e tu …fai così come loro ? o fai così col dito medio della mano …o ……mavaffan.. con la bocca ?………che non risolve? …
posso vivere con molto meno di quello che possiedo
posso vivere con molto meno di quello che possiedo
posso vivere con molto meno di quello che possiedo
posso vivere con molto meno di quello che possiedo
posso vivere con molto meno di quello che possiedo
posso vivere con molto meno di quello che possiedo
posso vivere con molto meno di quello che possiedo
posso vivere con molto meno di quello che possiedo
se faccio così mi conviene
se faccio così mi conviene
se faccio così mi conviene
se faccio così mi conviene
se faccio così mi conviene
se faccio così mi conviene
se faccio così mi conviene
se faccio così mi conviene
se faccio così ti frego
se faccio così ti frego
se faccio così ti frego
se faccio così ti frego
se faccio così ti frego
se faccio così ti frego
se faccio così ti frego
se faccio così ti frego
ok ok, volete avere ragione ? va bene avete ragione voi, ..così però non facciamo cambiare niente, ..va bene così, cavoli vostri, e non dite che non vi avevo avvertito.
Ah ! ..dimenticavo, troppo spesso incontro persone con l’alito pesante, ..mah pesante eh ..da non stargli vicino, ..fatevi un controllo, fatevi dire sinceramente dai vostri amici o fidanzati o colleghi come avete l’alito, ..se vi dicono che puzza non offendetevi, fatevi una bella visita per l’igiene orale …o cambiate alimentazione.. non sottovalutate questo consiglio, .. ..ma fate un pò come cazzo vi pare.
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Certe volte nella vita ti capita di essere spettatore impotente di eventi bizzarri, e hanno di buono che li ricordi facilmente, e facilmente ti ritornano in mente e probabilmente riescono a farti pensare e ragionare su cose che forse non avresti diversamente considerato. Un pò di anni fa ho letto un articolo sul giornale di un barbone trentenne morto a Torino dal freddo sotto i portici, e proprio di qul signore, forse ..ma molto “poco” forse e molto di più “sicuramente” fui testimone degli ultimi suoi momenti di vita, ..ma va’ a pensare che proprio quella sera, quell’ora proprio sotto ai mie occhi avvenne l’irreparabile, ..proprio in quella sera accadde una cosa che attirarò la mia attenzione e via via che osservavo la scena, e che il gatto si rimpiccioliva sempre più per ripararsi un barbone a pochi metri si lamentava da fame o freddo, .. ..da una macchina, parcheggiata nei pressi vidi uscire una donna e prendere il micio sotto braccio, rimase solo l’uomo a terra a lamentarsi, ed evidentemente, ..ci rimase e nessuno tantomeno io, si prese la briga di occuparsi di lui..
Ho visto preferire un gatto ad un uomo
non era troppo in la,
sentivo la voce
e gli sentivo chiedere dell’aiuto
se era la stazione
è perchè
c’erano i treni
..si sentivano i treni
ogni dieci minuti
l’uomo restava allungato sotto una coperta
altre coperte
e non smetteva di dire
vi sto chiamendo
rispondete
rispondete
un pane dal freddo
datemi una mano
bastardi
sentivo la voce
e si vedeva la bottiglia vuota
tra muro e angolo
vuota
si vedeva il vetro trasparente
e non che l’uomo si muovesse, ma chiedeva
almeno per il tempo di quei quattro o cinque treni che sono passati l’ha fatto
Ho visto preferire un gatto
ad un uomo
e non che questo significhi qualcosa
ma il gatto è salvo
si stava bagnando
ed è stato portato via
si sentiva la pioggia
e l’uomo
chiamava
e il gatto
fuori all’aperto sul muro della fermata
era bianco come l’uomo
ma bagnato
con le orecchie basse
e se era la stazione
è perchè c’erano i treni che passavano
e si fermavano almeno ogni dieci minuti
ma verso notte
sempre meno
sempre meno
fino a non sentirne più.
E stata una notte fredda fredda
e sono rientrato col primo giorno d’inverno
e il salto che ho fatto
per evitare l’enorme pozzanghera
davanti a casa
ancora
me la ricordo bane.
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“Il Novecento racconta”, intervista di Andrea Giuseppini a Nuto Revelli, programma di Flavia Pesetti.
..si fidava di lei, le raccontava la propria vita, le proprie esperienze…
Mah, le dirò, uno dei lasciapassare importanti, era che avevo vissuto l’esperienza di Russia, era come una garanzia. Poi lei immagina, diventa un lavoro a catena, lei va da una famiglia, in una borgata, viene accolto, poi di lì va in un’altra, di lì va in un’altra. L’aver partecipato alla guerra di Russia, l’essere un superstite di quella esperienza, in quel contesto era importante, era una garanzia. Dove quella garanzia non bastava, mi facevo aiutare da delle persone del posto, influenti, che io ho poi catalogato come “mediatori”, che mi accompagnavano, garantivano per me, entravano in quelle famiglie e dicevano: “Potete fidarvi”. E’ difficile ascoltare, era una sofferenza ascoltare i superstiti della prigionia di Russia. Ho raccolto migliaia di lettere dei soldati che non erano tornati dai vari fronti di guerra, soprattutto dal fronte russo, le lettere che avevano scritto alle famiglie. Andavo a raccogliere gli epistolari, li ho pubblicati, nell’”Ultimo fronte”, nel 1971, è stato edito da Einaudi. Passavo da una ricerca all’altra, finivo una ricerca e ne avevo già iniziata un’altra nuova.
Lei si è dedicato al mondo contadino. Che cosa l’ha spinta a iniziare questa indagine?
Negli anni, fine anni Cinquanta, anni Sessanta, in questa mia provincia è iniziato il processo di industrializzazione. Paracadutato, dall’alto, come è arrivata la Michelin, non c’erano le industrie in provincia di Cuneo, se non qualcuna, ma poche. E’ arrivata un’industria come la Michelin che doveva assumere 7000 dipendenti. Ne ha poi assunti parecchi di meno. C’è stata un’operazione di esodo dalla campagna povera, di esodo caotico, scappavano dalla montagna, alla ricerca di una busta paga qui nelle industrie. Quindi io assistevo a questa fuga dalle zone depresse, e la cosa mi impressionava, perché non era minimamente preventivato un esodo del genere, era lasciato a sé. Penso ai politici di allora, che non capivano, non sapevano, minimizzavano. Ecco, questa operazione dell’esodo mi aveva colpito moltissimo. Ho iniziato l’indagine del mondo dei vinti, vinti perché sconfitti, perché obbligati a cercare delle soluzioni che a me non sembravano le più giuste insomma. Ho iniziato l’indagine del mondo dei vinti dando la parola sovente, spesso, alle persone anziane che sapevano, magari mi parlavano della loro emigrazione di inizio secolo verso le Americhe, verso la Francia. Ma anche le Americhe, America del nord, poi l’altra America, l’Argentina, l’emigrazione. Assistevo all’esodo grandioso, grandioso, scappavano proprio, dal loro ambiente. Allora mi sono detto: una parte di queste persone hanno delle esperienze straordinarie da raccontare, o le ascolto io adesso oppure va tutto perduto. Allora ho cominciato. Un lavoro difficile, faticoso. Con “Il mondo dei vinti” ho raccolto 270 testimonianze, durata media tre o quattro ore, disperse in tutta la montagna, l’arco alpino. Era già difficile farsi accettare, poi che parlassero, che raccontassero, perché rimanesse almeno qualcosa di queste storie, di una società che cambiava rapidamente, su, a pochi chilometri da Cuneo si sfilacciava il tessuto sociale di vaste aree, e rimanevano solo gli anziani. E’ stata una pagina, è una pagina ancora sulla quale bisogna ancora meditare oggi. Quando sento parlare di difesa del territorio, per fortuna, le rare volte in cui c’è un’alluvione, ma ogni tanto c’è un’alluvione, allora si dice: “Eh, ma perché non c’è più la gente in montagna, si custodiva il territorio, lo governava”. Ma non c’è più ed è difficilmente rinnovabile. Dove è cresciuto il deserto, rimane il deserto, nelle aree della montagna, le nostre valli sono spopolate. Allora prima ho raccolto le testimonianze del mondo dei vinti, sono testimonianze quasi tutte di uomini, e poi le testimonianze de “L’anello forte”, ho dedicato altri otto anni a raccogliere 260 testionianze, anche lì tutte di donne, in parte di donne calabresi, meridionali. Negli anni Sessanta, era iniziato il fenomeno delle donne del sud che venivano a sposare i nostri contadini, non più giovani, che qui non trovavano più mogli. C’erano dei mediatori, combinavano questi matrimoni, tanti eh, centinaia. Dato che con “Il mondo dei vinti” avevano parlato soprattutto gli uomini, ho deciso di far parlare soltanto le donne e ho messo insieme “L’anello forte”. Storie di vita, esperienze di vita.
Revelli, lei oltre a raccogliere centinaia e centinaia di testimonianze con il registratore le ha anche pubblicate sui libri, facendo quindi un immenso lavoro di trascrizione e di selezione del materiale. Ci vuole spiegare come si svolgeva questo lavoro?
La trascrizione è un’altra fatica, però era interessante per me, mi coinvolgeva, perché riascoltavo la testimonianza, con calma, individuavo gli eventuali miei errori compiuti durante il lavoro della testimonianza e quindi modificavo se necessario il mio sistema di dialogo. Se il mio interlocutore, il mio testimone parlava, raccontava e io interferivo in maniera inopportuna, riascoltando la testimonianza li coglievo questi miei errori, cercavo di non più ripeterli. La trascrizione era faticosa, ma per me era importante, per me era interessante. La selezione è difficile, ho dovuto sacrificare tantissime cose. Poi magari riassunte nell’introduzione, nelle introduzioni, ma difficile. Però un lavoro che mi appassionava, mi appassionava. Dedicavo tutto il tempo libero, non so, come definirlo se era tempo libero, cosa diavolo fosse, mi dedicavo con passione.
… un libro in cui ha ricostruito la misteriosa scomparsa di un ufficiale tedesco nell’Italia occupata dai nazisti. Come mai Revelli ha deciso di tornare alle vicende della guerra, per di più occupandosi di un tedesco, quindi di un nemico?
Dopo “L’anello forte” avevo in testa di dedicare un’altra indagine al clero della campagna povera della provincia di Cuneo, perché mi ero reso conto che il clero aveva avuto e aveva un’importanza grandissima. E infatti, prima ancora che uscisse “L’anello forte”, avevo già realizzato cinque o sei testimonianze di preti, preti della campagna povera. Mi interessava molto quell’argomento. Poi mi è scattato l’interesse per quel tedesco. Un mio partigiano mi ha raccontato di quel tedesco disperso, scomparso qui a Cuneo. La figura del disperso, gira e rigira torniamo sempre all’esperienza di Russia. Disperso. “Ma è un tedesco”. Però è un disperso, che è sparito qui a Cuneo, un giovane. Capire questa storia, così come mi veniva accennata era confusa, era poco convincente. Ho cominciato anche lì, poi più era difficile più io mi davo da fare e infatti ho lavorato anche lì degli anni su un discorso fonti orali, testimonianze di fonti orali, e poi testimonianze scritte di archivi, archivi tedeschi. Ed è uscito “Il disperso di ….”. Mi ero quasi immedesimato in quel tedesco. Lei pensi che fin dall’inizio, quasi dall’inizio, mi stavo dicendo ma chissà questo tedesco qui che girava per le campagna intorno a Cuneo a cavallo come evasione, non avesse vissuto un’esperienza come la mia in Russia, ne fosse uscito tormentato, frustrato, non so, mi immedesimavo in quello, senza saperne niente. Allora ho iniziato la mia indagine finché non ho scoperto tutto, ho scoperto anche che era stato in Russia anche lui, questo giovane tedesco, poi rimase disperso qui. Non solo aveva perso l’unico fratello sul fronte russo.
Nuto Revelli, lei ha sempre rifiutato le etichette di storico, di antropologo, che di volta in volta le venivano date, preferendo definirsi un autodidatta. Ma per lei essere un autodidatta era un limite?
No, no, è stato abbastanza un vantaggio, perché da autodidatta non mi sono formalizzato tanto, andavo molto alla sostanza, poi lavorando anni e anni si impara eh, un po’ di esperienza l’avevo già, se lei pensa al mio dialogo da militare con i miei soldati, lì ho imparato a avvicinare la gente semplice, la gente contadina. Poi la guerra partigiana, durante la guerra partigiana ho imparato a conoscere quel mondo. Poi lavorando con le testimonianze si matura, si conosce, si correggono degli errori e le valutazioni sbagliate, se si lavora con alla base un criterio di umiltà, non credere di poter esibire la propria cultura, il proprio titolo di studio, queste cose qui, a quel mondo, perché mi ricordo dei miei soldati c’erano di quelli con la seconda elementare, forse mal fatta, su certe cose avevano delle intuizioni, si mangiavano in insalata i colonnelli, come intuizioni. Non era il titolo di studio che faceva la misura dell’intelligenza. Quindi rispetto assoluto nei confronti di quella gente lì. Poi si impara. Ci vuole un po’ di umiltà, non credere di andare ad insegnare. Io andavo ad imparare, negli incontri con i miei testimoni, tutti diversi l’uno dall’altro, tutti diversi l’uno dall’altro. Poi era un mosaico che si componeva, prendeva forma, meno male, che mi sono dedicato a questi impegni.
Nuto Revelli, ci sono stati dei personaggi della cultura italiana che l’hanno seguita o incoraggiata nelle sue ricerche?
Quando ho iniziato il discorso contadino, quello de “Il mondo dei vinti”, nel 1970, una persona importante che ha saputo che stavo per iniziare questa indagine era Manlio Rossi Doria, un uomo straordinario, un docente universitario, specialista soprattutto interessatissimo del Meridione ma non solo. Manlio Rossi Doria, ha saputo che io iniziavo questo lavoro, da Franco Venturi, che era un altro docento universitario mio amico di Torino ed è venuto a trovarmi, partì da Roma ed è venuto a trovarmi, è stato qui una settimana, abbiamo girato le montagne e le valli con lui, ho girato le montagne e le valli con lui, a farlo parlare con la gente, mi ha incoraggiato, era bravissimo. Sempre più o meno in quel periodo, un giorno mi ha telefonato da Torino Franco Venturi, dicendo che uno studioso, un antropologo inglese voleva venire dalle mie parti a fare un’indagine nel mondo contadino, dall’Inghilterra, questo antropologo il cui nome era Barkley, uno abbastanza noto. Cosa avrebbe voluto fare qui: cercava un paese, una comunità di una valle del Cuneese, per studiare il fenomeno dell’esodo con l’industrializzazione che era in corso. So che mi ero chiesto, glielo avevo detto, ma deve partire da Londra questo qui? Ma c’è Torino qui, a ottanta chilometri da Cuneo, che non ci sia nessuno dell’università di Torino che abbia interesse a questo fenomeno che è grandioso in atto? Il fatto che dovesse arrivare uno studioso dall’Inghilterra ad interessarsi di queste cose nostre, invece di demoralizzarmi mi infondeva quasi una carica maggiore, come per dire, quello che faccio è utile, va fatto, se non lo fanno gli altri lo faccio io. Era una molla quasi per farmi lavorare. Ed è così che ho realizzato quello che ho realizzato.
Nuto Revelli, come si spiega il fatto che nonostante il riconoscimento ed il successo dei suoi libri in Italia non ci siano state molte altre persone che hanno compiuto indagini così ampie, così approfondite come le sue?
Perché è un lavoro faticoso. Nessun giovane può fare un lavoro come ne ho fatti io diversi. Un giovane non, io queste cose le capivo già da allora, dall’inizio, si può dire ad un giovane fai un’indagine come quella de “Il mondo dei vinti”? Un giovane finisce l’università, deve fare la tesi di laurea, qualche mese, un paio d’anni, un giovane come fa a dedicare sette otto anni ad un’indagine? Come fa? Sono indagini anche economicamente costose, bisogna muoversi, bisogna andare, bisogna a volte fermarsi, non è facile, bisogna dedicarsi, dedicarsi.
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Qualche anno fa se alla sera verso le sei ..le sette andavi al bar Haiti a Cuneo potevi trovare seduto ad un tavolino Nuto Revelli che assaporava un caffè e se non c’erano troppe persone intorno potevi tranquillamente decidere di passare con lui qualche minuto e farti raccontare un po’ della sua vita, era seduto a quel bar praticamente ogni sera dei giorni feriali e come ogni scrittore che si rispetti aveva con se carta e penna ..e talvolta libri e amici scrittori e non con cui condivideva amabili chiaccherate e pareri su tutto, ..ne approfittai qualche volta e da appassionato lettore di suoi libri e vita gli chiesi di raccontarmi a viva voce qual’era stata qualche esperienza che ebbe nel periodo della resistenza sulle montagne del Cuneese dove appunto aveva fatto la vita del partigiano, fu la conferma viva delle tante avventure tragiche e eccezionali raccontate nei suoi libri, ma sentirle narrare con quella lucidità e serietà era davvero un brivido di piacevole ammirato rispetto, avevo difronte un uomo ormai ottantenne che mi parlava della guerra all’invasore germanico come dell’unica soluzione per rimanere liberi e che per sopravvivere aveva vissuto insieme a tanti compagni per mesi sulle montagne, nascondendosi qua e la giorno dopo giorno in baite e fienili, facendo della resistenza l’unica opportunità per liberare il piemonte, l’Italia, dalla morsa tedesca, ..gli chiesi espressamente com’erano questi tedeschi che avnzavano armati nelle valli, .. .. uomini coraggiosi e cattivi allo stesso tempo.. .. mi disse, facevano paura al solo rumore del sentirli arrivare marciando, se ti prendevano non ti lasciavano scampo, eri condannato. Di contrasto, per la legge della sopravvivenza, anche per loro, l’unico tedesco buono era il tedesco morto, unico modo di fermarlo era un colpo in testa, ..e allora, .. potevi ripartire per sentirti vivo un altro pò.. e così quelle sere andavo a trovarlo e condividendo un tavolo mai privo di ricchezza umana ed ebbi la fortuna di conoscerlo meglio, era un uomo unico fiero vero leale, la personalità di un uomo pragmatico e forte, voce suadente e mano ferma, anche se un poco tremante, ho i suoi libri autografati, ogni tanto li apro e guardo la firma, ..sempra impossibile che certe persone possano lasciarci per sempre, .. un giorno gli chiesi, perchè non scrive poesie lei che scrive così bene ? ..mi guardò e si mise un pò a sorridere poi disse, non sono capace, non ho mai scritto poesie, .. .. ! …?non ci ho creduto, mille frasi nei libri che ha scritto sono poesia, .. ..era un uomo alto, portava dei grandi occhiali, restava seduto a quel tavolo e ascoltava chi aveva qualcosa da dire, ma una cosa mi e’ parso di capire in quegli incontri, ..che se ad un certo punto doveva succedere qualcosa, tipo, vorrei restare solo ..o va bene così, ..si voltava verso il barista e chiedeva, ..il solito, e allora, era tempo di andare, e di lasciargli quel tempo che ancora usava per lasciarci pagine e pagine di storia che rimarranno ben oltre, il tempo di una pace soltanto, ..un grazie di cuore, .. virgola, ..non punto .. altro è la fine
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Il ricordo.
lassù.
la libertà.
I fucili sparavano.
Più di tutto
ne ho sentito gli spari.
Io
che mai
ho partecipato a una guerra.
Non è molto.
ma meglio che esserci stato.
Sto oltre il buono della speranza
e mi giro indietro
a contemplare la verità
che aspetta.
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Le persone pensano sempre che abbia qualcosa di interessante da dire,
in realtà
non sempre c’è qualcosa di interessante da dire.
Ma da pensare sì.
La curiosità della gente la vedi sui loro visi che fingono normalità e la vedi dai loro occhi quando rispondi una mezza verità
perchè sanno che nascondi qualcosa.
E’ divertente vedere come puoi diventare per un attimo centro dei loro pensieri quando si arrovellano per capire quello che nascondi anche se in realtà non nascondi niente.
Non hai niente da dire e per questo non parli,
mentre loro credono che tu non voglia parlare.
E’ da questo che nasce il mistero …
…del niente da dire
ma il mistero è più affascinante del niente.
E la gente è curiosa.
Buk,
l’uomo
che ha scritto verità
al di sopra
di come possiamo
intuire noi la verità.
Che scriviamo così.
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Moriremo
il nostro cuore smetterà di battere
e tutto questo non sarà mai esistito.
Neanche ora
Neanche noi
che abbiamo provato a leggere e a scrivere
quello che si può
lasciare
e continuamente
trovare.
In fondo all’ultima frase.
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