Tra voce e parole


Nuto Revelli : Imparare a conoscerlo per imparare.
Marzo 27, 2008, 11:05 pm
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“Il Novecento racconta”,  intervista di Andrea Giuseppini a Nuto Revelli, programma di Flavia Pesetti.

..si fidava di lei, le raccontava la propria vita, le proprie esperienze…
Mah, le dirò, uno dei lasciapassare importanti, era che avevo vissuto l’esperienza di Russia, era come una garanzia. Poi lei immagina, diventa un lavoro a catena, lei va da una famiglia, in una borgata, viene accolto, poi di lì va in un’altra, di lì va in un’altra. L’aver partecipato alla guerra di Russia, l’essere un superstite di quella esperienza, in quel contesto era importante, era una garanzia. Dove quella garanzia non bastava, mi facevo aiutare da delle persone del posto, influenti, che io ho poi catalogato come “mediatori”, che mi accompagnavano, garantivano per me, entravano in quelle famiglie e dicevano: “Potete fidarvi”. E’ difficile ascoltare, era una sofferenza ascoltare i superstiti della prigionia di Russia. Ho raccolto migliaia di lettere dei soldati che non erano tornati dai vari fronti di guerra, soprattutto dal fronte russo, le lettere che avevano scritto alle famiglie. Andavo a raccogliere gli epistolari, li ho pubblicati, nell’”Ultimo fronte”, nel 1971, è stato edito da Einaudi. Passavo da una ricerca all’altra, finivo una ricerca e ne avevo già iniziata un’altra nuova.
Lei si è dedicato al mondo contadino. Che cosa l’ha spinta a iniziare questa indagine?
Negli anni, fine anni Cinquanta, anni Sessanta, in questa mia provincia è iniziato il processo di industrializzazione. Paracadutato, dall’alto, come è arrivata la Michelin, non c’erano le industrie in provincia di Cuneo, se non qualcuna, ma poche. E’ arrivata un’industria come la Michelin che doveva assumere 7000 dipendenti. Ne ha poi assunti parecchi di meno. C’è stata un’operazione di esodo dalla campagna povera, di esodo caotico, scappavano dalla montagna, alla ricerca di una busta paga qui nelle industrie. Quindi io assistevo a questa fuga dalle zone depresse, e la cosa mi impressionava, perché non era minimamente preventivato un esodo del genere, era lasciato a sé. Penso ai politici di allora, che non capivano, non sapevano, minimizzavano. Ecco, questa operazione dell’esodo mi aveva colpito moltissimo. Ho iniziato l’indagine del mondo dei vinti, vinti perché sconfitti, perché obbligati a cercare delle soluzioni che a me non sembravano le più giuste insomma. Ho iniziato l’indagine del mondo dei vinti dando la parola sovente, spesso, alle persone anziane che sapevano, magari mi parlavano della loro emigrazione di inizio secolo verso le Americhe, verso la Francia. Ma anche le Americhe, America del nord, poi l’altra America, l’Argentina, l’emigrazione. Assistevo all’esodo grandioso, grandioso, scappavano proprio, dal loro ambiente. Allora mi sono detto: una parte di queste persone hanno delle esperienze straordinarie da raccontare, o le ascolto io adesso oppure va tutto perduto. Allora ho cominciato. Un lavoro difficile, faticoso. Con “Il mondo dei vinti” ho raccolto 270 testimonianze, durata media tre o quattro ore, disperse in tutta la montagna, l’arco alpino. Era già difficile farsi accettare, poi che parlassero, che raccontassero, perché rimanesse almeno qualcosa di queste storie, di una società che cambiava rapidamente, su, a pochi chilometri da Cuneo si sfilacciava il tessuto sociale di vaste aree, e rimanevano solo gli anziani. E’ stata una pagina, è una pagina ancora sulla quale bisogna ancora meditare oggi. Quando sento parlare di difesa del territorio, per fortuna, le rare volte in cui c’è un’alluvione, ma ogni tanto c’è un’alluvione, allora si dice: “Eh, ma perché non c’è più la gente in montagna, si custodiva il territorio, lo governava”. Ma non c’è più ed è difficilmente rinnovabile. Dove è cresciuto il deserto, rimane il deserto, nelle aree della montagna, le nostre valli sono spopolate. Allora prima ho raccolto le testimonianze del mondo dei vinti, sono testimonianze quasi tutte di uomini, e poi le testimonianze de “L’anello forte”, ho dedicato altri otto anni a raccogliere 260 testionianze, anche lì tutte di donne, in parte di donne calabresi, meridionali. Negli anni Sessanta, era iniziato il fenomeno delle donne del sud che venivano a sposare i nostri contadini, non più giovani, che qui non trovavano più mogli. C’erano dei mediatori, combinavano questi matrimoni, tanti eh, centinaia. Dato che con “Il mondo dei vinti” avevano parlato soprattutto gli uomini, ho deciso di far parlare soltanto le donne e ho messo insieme “L’anello forte”. Storie di vita, esperienze di vita.
Revelli, lei oltre a raccogliere centinaia e centinaia di testimonianze con il registratore le ha anche pubblicate sui libri, facendo quindi un immenso lavoro di trascrizione e di selezione del materiale. Ci vuole spiegare come si svolgeva questo lavoro?
La trascrizione è un’altra fatica, però era interessante per me, mi coinvolgeva, perché riascoltavo la testimonianza, con calma, individuavo gli eventuali miei errori compiuti durante il lavoro della testimonianza e quindi modificavo se necessario il mio sistema di dialogo. Se il mio interlocutore, il mio testimone parlava, raccontava e io interferivo in maniera inopportuna, riascoltando la testimonianza li coglievo questi miei errori, cercavo di non più ripeterli. La trascrizione era faticosa, ma per me era importante, per me era interessante. La selezione è difficile, ho dovuto sacrificare tantissime cose. Poi magari riassunte nell’introduzione, nelle introduzioni, ma difficile. Però un lavoro che mi appassionava, mi appassionava. Dedicavo tutto il tempo libero, non so, come definirlo se era tempo libero, cosa diavolo fosse, mi dedicavo con passione.
… un libro in cui ha ricostruito la misteriosa scomparsa di un ufficiale tedesco nell’Italia occupata dai nazisti. Come mai Revelli ha deciso di tornare alle vicende della guerra, per di più occupandosi di un tedesco, quindi di un nemico?
Dopo “L’anello forte” avevo in testa di dedicare un’altra indagine al clero della campagna povera della provincia di Cuneo, perché mi ero reso conto che il clero aveva avuto e aveva un’importanza grandissima. E infatti, prima ancora che uscisse “L’anello forte”, avevo già realizzato cinque o sei testimonianze di preti, preti della campagna povera. Mi interessava molto quell’argomento. Poi mi è scattato l’interesse per quel tedesco. Un mio partigiano mi ha raccontato di quel tedesco disperso, scomparso qui a Cuneo. La figura del disperso, gira e rigira torniamo sempre all’esperienza di Russia. Disperso. “Ma è un tedesco”. Però è un disperso, che è sparito qui a Cuneo, un giovane. Capire questa storia, così come mi veniva accennata era confusa, era poco convincente. Ho cominciato anche lì, poi più era difficile più io mi davo da fare e infatti ho lavorato anche lì degli anni su un discorso fonti orali, testimonianze di fonti orali, e poi testimonianze scritte di archivi, archivi tedeschi. Ed è uscito “Il disperso di ….”. Mi ero quasi immedesimato in quel tedesco. Lei pensi che fin dall’inizio, quasi dall’inizio, mi stavo dicendo ma chissà questo tedesco qui che girava per le campagna intorno a Cuneo a cavallo come evasione, non avesse vissuto un’esperienza come la mia in Russia, ne fosse uscito tormentato, frustrato, non so, mi immedesimavo in quello, senza saperne niente. Allora ho iniziato la mia indagine finché non ho scoperto tutto, ho scoperto anche che era stato in Russia anche lui, questo giovane tedesco, poi rimase disperso qui. Non solo aveva perso l’unico fratello sul fronte russo.
Nuto Revelli, lei ha sempre rifiutato le etichette di storico, di antropologo, che di volta in volta le venivano date, preferendo definirsi un autodidatta. Ma per lei essere un autodidatta era un limite?
No, no, è stato abbastanza un vantaggio, perché da autodidatta non mi sono formalizzato tanto, andavo molto alla sostanza, poi lavorando anni e anni si impara eh, un po’ di esperienza l’avevo già, se lei pensa al mio dialogo da militare con i miei soldati, lì ho imparato a avvicinare la gente semplice, la gente contadina. Poi la guerra partigiana, durante la guerra partigiana ho imparato a conoscere quel mondo. Poi lavorando con le testimonianze si matura, si conosce, si correggono degli errori e le valutazioni sbagliate, se si lavora con alla base un criterio di umiltà, non credere di poter esibire la propria cultura, il proprio titolo di studio, queste cose qui, a quel mondo, perché mi ricordo dei miei soldati c’erano di quelli con la seconda elementare, forse mal fatta, su certe cose avevano delle intuizioni, si mangiavano in insalata i colonnelli, come intuizioni. Non era il titolo di studio che faceva la misura dell’intelligenza. Quindi rispetto assoluto nei confronti di quella gente lì. Poi si impara. Ci vuole un po’ di umiltà, non credere di andare ad insegnare. Io andavo ad imparare, negli incontri con i miei testimoni, tutti diversi l’uno dall’altro, tutti diversi l’uno dall’altro. Poi era un mosaico che si componeva, prendeva forma, meno male, che mi sono dedicato a questi impegni.
Nuto Revelli, ci sono stati dei personaggi della cultura italiana che l’hanno seguita o incoraggiata nelle sue ricerche?
Quando ho iniziato il discorso contadino, quello de “Il mondo dei vinti”, nel 1970, una persona importante che ha saputo che stavo per iniziare questa indagine era Manlio Rossi Doria, un uomo straordinario, un docente universitario, specialista soprattutto interessatissimo del Meridione ma non solo. Manlio Rossi Doria, ha saputo che io iniziavo questo lavoro, da Franco Venturi, che era un altro docento universitario mio amico di Torino ed è venuto a trovarmi, partì da Roma ed è venuto a trovarmi, è stato qui una settimana, abbiamo girato le montagne e le valli con lui, ho girato le montagne e le valli con lui, a farlo parlare con la gente, mi ha incoraggiato, era bravissimo. Sempre più o meno in quel periodo, un giorno mi ha telefonato da Torino Franco Venturi, dicendo che uno studioso, un antropologo inglese voleva venire dalle mie parti a fare un’indagine nel mondo contadino, dall’Inghilterra, questo antropologo il cui nome era Barkley, uno abbastanza noto. Cosa avrebbe voluto fare qui: cercava un paese, una comunità di una valle del Cuneese, per studiare il fenomeno dell’esodo con l’industrializzazione che era in corso. So che mi ero chiesto, glielo avevo detto, ma deve partire da Londra questo qui? Ma c’è Torino qui, a ottanta chilometri da Cuneo, che non ci sia nessuno dell’università di Torino che abbia interesse a questo fenomeno che è grandioso in atto? Il fatto che dovesse arrivare uno studioso dall’Inghilterra ad interessarsi di queste cose nostre, invece di demoralizzarmi mi infondeva quasi una carica maggiore, come per dire, quello che faccio è utile, va fatto, se non lo fanno gli altri lo faccio io. Era una molla quasi per farmi lavorare. Ed è così che ho realizzato quello che ho realizzato.
Nuto Revelli, come si spiega il fatto che nonostante il riconoscimento ed il successo dei suoi libri in Italia non ci siano state molte altre persone che hanno compiuto indagini così ampie, così approfondite come le sue?
Perché è un lavoro faticoso. Nessun giovane può fare un lavoro come ne ho fatti io diversi. Un giovane non, io queste cose le capivo già da allora, dall’inizio, si può dire ad un giovane fai un’indagine come quella de “Il mondo dei vinti”? Un giovane finisce l’università, deve fare la tesi di laurea, qualche mese, un paio d’anni, un giovane come fa a dedicare sette otto anni ad un’indagine? Come fa? Sono indagini anche economicamente costose, bisogna muoversi, bisogna andare, bisogna a volte fermarsi, non è facile, bisogna dedicarsi, dedicarsi.


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